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Taglio del nastro per l’azienda vitivinicola Sclavia di Liberi

Sclavia è uno degli antichi nomi del comune di Liberi. La sua origine è tutt’oggi ignota, ma secondo le ipotesi più accreditate Sclavus – primo nome del borgo – indicherebbe il popolo longobardo che nel VI secolo d. C. occupò la Campania.

Sclavus divenne poi Sclavia, mutato nei decenni in Schiavi di Formicola. Quest’ultima dicitura fu abbandonata nel 1862 quando, con un Regio Decreto, il comune venne chiamato Liberi acquisendo così un nome più consono al Nuovo Regno d’Italia.

DSC_0255La storia dell’Azienda Sclavia nasce dal sogno di Andrea Granito, medico osteopata, di tornare alla campagna dove era cresciuto, guidare un calesse come il nonno e vendemmiare con la famiglia. Nel 2003, stregato dalla natura del luogo, comprò un pezzo di terra a Liberi e piantò due vitigni autoctoni millenari: il Pallagrello e il Casavecchia. Dopo la prima vendemmia, il suo entusiasmo contagiò amici e parenti: l’avvocato Lello Ferrara e i fratelli Fortuna e Pasquale Mormile, lei con un passato nei beni di lusso, lui psichiatra. Con il passare degli anni la nostra famiglia si è allargata a una nuova generazione di amanti del vino: Carmen Granito, Lucia Ferrara e Andrea Cardillo. Oggi, per gestire l’azienda e suoi 14 ettari vitati, i soci sono affiancati da un team di tecnici esperti: gli agronomi Mario Pagliaro e Sergio Pappalardo, e l’enologa Anna Dalla Porta.

DSC_0241Alcuni edifici sembrano unirsi alla terra senza fratture né tensioni. L’Azienda Sclavia sognava un luogo simile. Per creare del buon vino e proteggere la natura circostante, l’azienda Sclavia ha investito nelle nuove tecnologie a basso impatto ambientale. Grazie al lavoro degli architetti Davide Vargas e Luciano Palmiero, nel 2011 è nata una cantina con due cuori e un’anima.
Il progetto è stato esposto alla 13° Biennale di Architettura di Venezia e pubblicato sulla rivista internazionale Domus.
La cantina ha un linguaggio scarno ed essenziale: niente fronzoli, niente decorazioni, solo colori naturali (legno, cemento, vetro) e linee geometriche. La parte inferiore entra nel ventre della terra e ne sfrutta la freschezza e l’umidità. La parte superiore, con due edifici trapezoidali, si staglia tra le vigne. Una parte interrata, moderna e razionale, che ospita la lavorazione, la bottaia e i laboratori a più di 7 metri sotto il livello del suolo. Essenziale e funzionale, è predisposta per la lavorazione a caduta delle uve, che sfrutta la forza di gravità riducendo al minimo l’uso di pompe meccaniche. La bottaia che accoglie le barrique di rovere francese è costruita in cemento e tufo, materiale locale.
DSC_0253Una costruzione esterna, per incontrarsi e degustare, che si apre dolcemente alle bellezze del paesaggio e si fonde con esso attraverso le geometrie verticali dei frangisole in legno. Intorno ad una piazza, per la convivialità o la meditazione, sorgono due padiglioni dal pavimento in resina e i muri in legno e vetro, spazi luminosi e accoglienti.
L’impianto fotovoltaico di cui sono dotati riduce al minimo l’utilizzo di energia elettrica. Il connubio perfetto tra vino e terra. Tra innovazione e tradizione.

Anche il marchio che contraddistingue l’Azienda Sclavia è fortemente legato al suo territorio. Un falco vola maestoso intorno a un’antica torre. La torre è una citazione della corona muraria visibile nello stemma del Comune di Liberi. Il falco rappresenta la coppia di rapaci che, ogni pomeriggio, sorvola le vigne dell’azienda. La solidità della torre e la libertà del falco ricordano ogni giorno ai soci dell’azienda che sono liberi di coltivare la passione per il vino restando fedeli alla terra e alle loro radici.

DSC_0261Tra le querce e i castagni, su un altopiano battuto dai falchi, l’azienda Sclavia coltiva il Casavecchia con cui viene prodotto il Granito, solido e forte come il nome che porta, omaggio al fondatore dell’azienda. Le uve del Casavecchia danno questo vino rosso violaceo, dal sapore persistente, con note di pepe verde, sottobosco e liquirizia. Durante una cena di carne il Granito vi farà rivivere i profumi della campagna guidandovi tra le vigne da cui nasce questo rosso strutturato.

Sentieri di more e alberi di ciliegio fiancheggiano i filari del Pallagrello nero che regala questo rosso intenso e fruttato, il cui nome è ispirato al Monte Cardillo e dedicato a uno dei giovani soci di Sclavia. Dal colore rosso rubino, il Montecardillo ha un sapore asciutto, di buon corpo, con una piacevole percezione di tannini. Capace di riscaldare tutti i conviviali, giovani e meno giovani, si adatta a un antipasto salato o a un primo fra amici.

Dal connubio di Pallagrello bianco e Fiano nasce questo vino armonico e fruttato, chiamato Calu’ dalla fusione dei nomi delle due più giovani socie di Sclavia. Il Calu’ è giallo paglierino e profuma di frutta esotica, albicocca e miele. È la soluzione ideale per un aperitivo tra amici o per iniziare un buon pasto: riscalda l’atmosfera e convince tutti i palati. È perfetto da assaporare in terrazza nelle calde sere d’estate, servito ben freddo.

Casavecchia in purezza. Prima annata dopo l’entrata in vigore del disciplinare della DOP. Denominato Liberi, in omaggio al territorio che ospita l’azienda, attuale nome dell’antica Sclavia. Le uve del Casavecchia danno questo vino complesso, strutturato e persistente con note di spezie, liquirizia, frutta secca, tabacco. Compagno ideale di pranzi e cene a base di carni e formaggi ma anche di meditazione d’inverno accanto a un caldo camino.

DSC_0258Le vigne dell’azienda prosperano sui Monti Trebulani, a 500 metri di altezza. Su terreni di tufo e argilla, sono circondate da querce e castagni. Nei mesi caldi tra i filari si respira forte il profumo dell’uva, ma anche del biancospino, delle ciliegie e delle more che crescono a lato dei sentieri di montagna. I 14 ettari di fertile terra vulcanica sono divisi tra i diversi vitigni a seconda delle loro esigenze. La lontananza da qualsiasi fonte di inquinamento garantisce la purezza del sapore inconfondibile delle antiche uve del Casavecchia e del Pallagrello.

Il Casavecchia è un vitigno dalle bacche rosse e scure, quasi nere, con un grosso e lungo grappolo spargolo.La sua origine è millenaria: potrebbe essere identificato con l’uva del vino Trebulanum bevuto dai legionari dell’Antica Roma e citato da Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.) nel XIV libro della Naturalis Historia. Pare che il Trebulanum provenisse dall’insediamento romano di Trebula Balliensis, l’attuale Treglia, a pochissimi chilometri da Liberi. Non si hanno altre notizie fino alla fine dell’Ottocento quando secondo la leggenda, dopo una tremenda epidemia che sterminò gran parte delle viti della zona, un contadino rinvenne vicino a un rudere di una vecchia casa un grosso ceppo di vite ancora vivo e vigoroso, che da quel giorno tutti chiamarono Casavecchia.

Da allora i contadini lo coltivano nelle valli intorno a Liberi, ma solo all’inizio degli anni Duemila è stato inserito ufficialmente nel Registro nazionale delle varietà di viti e dal 2012 è stato pubblicato il disciplinare Casavecchia di Pontelatone DOP

DSC_0266Il Pallagrello è un vitigno raro: dalla bacca sia rossa che bianca, dal grappolo minuto e raccolto, dal passato regale e dal sapore inconfondibile. Originario della zona IGP Terre del Voltuno, deve il nome ai suoi acini simili a piccole palle: la gente del luogo lo ha chiamato per secoli ‘u pallarell. Forse portato dai Greci e probabilmente noto ai Romani, qualcuno lo identifica con l’antica uva Pilleolata. Il momento di maggior splendore fu l’inizio dell’Ottocento, quando Ferdinando IV di Borbone lo fece impiantare nella sua Vigna del Ventaglio, sdraiata ai piedi del monte S. Leucio e divisa in 10 spicchi uguali.
Chiamato allora Pedimonte Bianco e Pedimonte Rosso, gli furono dedicati due spicchi della vigna. Fu piantato anche in altri appezzamenti del re, dove il passaggio era severamente vietato, e fu sempre presente alla tavola dei Borbone. Per questo divenne famoso come “Vino del Re”. Dopo due secoli di abbandono, solo recentemente il Pallagrello è stato riscoperto e inserito nel Registro Nazionale delle varietà di viti.

DSC_0251Il taglio del nastro della Cantina Sclavia è cominciato nel primo pomeriggio con la degustazione guidata dal giornalista Luciano Pignataro a cui ha fatto seguito la visita guidata del vigneto e delle cantine. Al termine della presentazione gli Chef stellati Rosanna Marziale e Renato Martino hanno presentato, in un momento conviviale, una serie di piatti da abbinare ai quattro vini prodotti dall’azienda.

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